Abbiamo iniziato dal nulla, era vuoto qui, prima

Nel bel mezzo delle sue piantagioni di ortaggi, Blandine Sankara, portamento principesco e lungo abito color malva, mostra i risultati del suo lavoro, a Loumbila, un comune rurale situato a circa venti chilometri da Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. Piante di pomodoro, germogli di spinaci e fiori di zucca inondano il terreno, accanto a spezie conficcate in bottiglie di plastica riciclate.
Difficile immaginare che sei anni fa, questo terreno fosse solo una sterile distesa di sabbia e di balaniti, un albero tipico del Sahel, che qui la faceva da padrone. Blandine Sankara, 51 anni, ha saputo combattere contro la spietatezza di questo terreno arido. “I vecchi proprietari, dei coltivatori, avevano abbandonato questa proprietà perché degradata e troppo povera. Ci è stato detto che sarebbe stato impossibile seminare qualsiasi cosa”, dice. Ma Blandine Sankara, sorella minore del rivoluzionario presidente Thomas Sankara, non è una di quelle che si arrendono. La sua ambizione: rendere quella fattoria, di quasi due ettari, di nuovo fertile e produrre verdure biologiche.
Nel 2012, ha iniziato a lavorare instancabilmente, con l’aiuto di trentaquattro donne reclutate dal villaggio vicino e addestrate dalla sua associazione, Yelemani. Ci sono voluti quasi dodici mesi per riuscire a domare la terra, con solo le zaï e la mezza luna, le tecniche agricole tradizionali. “E’ stata una fatica immane. Alcune donne hanno rinunciato, altre non ci hanno creduto. Farcela, con il poco che avevamo a disposizione, sembrava impossibile”, ammette. A poco a poco,però, il loro lavoro ha iniziato a dare i suoi frutti, la produzione è gradualmente aumentata.
“Quando Blandine è venuta a presentarci il suo progetto, non avevo mai sentito parlare di agroecologia. Non pensavo fosse possibile, non ci credevo. Oggi sono orgogliosa quando guardo a quello che siamo riuscite a creare “, afferma Jeanne Talato Savadogo, una delle coltivatrici della fattoria.
Vendita sui mercati, formazione agricola, laboratori di sensibilizzazione nelle scuole e presto l’apertura di un ristorante, previsto per la fine dell’anno: la fattoria Yelemani (“cambiamento” nella lingua di Dioula) è ora un centro sperimentazione di agroecologia in Burkina Faso. E un esempio vivente che è possibile un futuro diverso e più libero per il Burkina.
“Era il mio sogno: promuovere i nostri prodotti locali e far sì che i burkinabè fossero coinvolti, promuovendo nel contempo metodi agricoli rispettosi dell’ambiente e dell’umano”, afferma orgogliosa Blandine.
Agire per la sovranità alimentare e rompere con certi modelli di agricoltura dipendenti da produzioni estere. L’idea ha cominciato a germogliare nella mente di Blandine un decennio fa, quando questa donna di formazione sociologica ha seguito studi di sviluppo a Ginevra. “Non potevo credere che in Svizzera apprezzassero il” prodotto locale” e che da noi invece venisse denigrato, a favore dei prodotti occidentali”, ricorda. Durante tutti gli anni passati all’estero, una sola domanda al centro dei suoi pensieri : “Cosa potrei potrei fare per il mio paese? Volevo cambiare la mentalità e portare i Burkinabé a credere in se stessi. Come aveva fatto mio fratello “.
Tornata in Burkina nel 2008, Blandine ha assistito ai “disordini della fame”. A quel tempo, l’impennata dei prezzi del cibo ha spinto decine di migliaia di manifestanti nelle strade. “Per me, è stata la conferma che stavamo soffrendo gli effetti della globalizzazione. Non potevo accettare che il Burkina Faso, dove oltre il 90% della popolazione vive di agricoltura, dovesse ancora dipendere dalle importazioni di cibo “, ricorda.
Poco dopo, si ritrova tra le mani un libro di Pierre Rabhi: “Questa è la soluzione: l’agroecologia.Un’illuminazione! Nel 2009, Blandine Sankara parte con il suo progetto e crea Yelemani. L’avventura era partita.
Presso i Sankara, la combattività è un affare di famiglia. Il fratello maggiore di Blandine, Thomas Sankara, che ribattezzò l’Alto Volta chiamandolo Burkina Faso, cioè la “terra delle donne e degli uomini integri” e in quattro soli anni, prima di essesre assassinato, ridette futuro e dignità alla sua gente. All’epoca, Blandine aveva solo 16 anni, “troppo giovane per entrare nella lotta in corso nel paese”. Ma ricorda ancora le loro discussioni con emozione: “Mi chiedeva spesso cosa volessi fare da grande, quali erano i miei sogni. E sorrideva come se guardasse lontano, potesse scrutare il futuro. In qualche modo percepiva che un giorno anche io avrei speso la mia vita per la nostra gente. Peccato esser stata troppo piccola allora. Sarebbe stato bello lavorare con lui “.
Oggi, Blandine Sankara, che ha rilevato la casa di suo fratello nel distretto di Bilbalogo a Ouagadougou, non esita a percorrere le strade della capitale per protestare contro i progetti per l’introduzione di organismi geneticamente modificati (OGM). nel paese. E’ divenuta un simbolo nella lotta contro la Monsanto in Burkina Faso. Questa agguerrita militante, armata della sua schiettezza, è anche membro del collettivo Balai, con cui ha partecipato alla rivolta popolare del 2014 che ha portato alla caduta del dittatore Blaise Compaore.
Intende entrare in politica? “Sostenere l’indipendenza alimentare del mio paese, per me, è già fare politica. Era il sogno di Thomas. Ci era riuscito, ma lo uccisero. Ora è tempo di rendere nuovamente realtà quello straordinario sogno “, ribatte.

 

da Le Monde 28.9.2018